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Altiero Spinelli e gli Stati Uniti d’Europa

Blog Politico di Ivan Magrì - Verso le Elezioni Comunali Civitavecchia 8-9 giugno 2024 - Per gli Stati Uniti di Europa

Profilo estratto da GIANFRANCO PASQUINO, L ‘ Europa in trenta lezioni , Milano 2017, UTET, pp. 175, (pp. 49-53) .

OTTAVA LEZIONE
Altiero Spinelli


Altiero Spinelli (Roma 1907-1986), di famiglia laica, aderisce molto giovane al Partito comunista d’Italia, nel 1924. Fiero combattente antifascista è incarcerato per dieci anni a Viterbo e a Civitavecchia (1927-1937).

Fu inviato al confino, prima a Ponza, dove venne espulso dal Partito comunista per “deviazione ideologica e presunzione piccolo-borghese” (in realtà, per non avere mai nascosto le sue critiche all’accusa di social-fascismo indirizzata ai partiti socialisti e in particolare ai socialdemocratici tedeschi, e per avere espresso riprovazione nei confronti delle epurazioni e dei processi staliniani), poi a Ventotene. Qui, grazie all’amicizia e alla convergenza intellettuale con Ernesto Rossi (1897- 1967) ed Eugenio Colorni (1909-1944) matura il suo pensiero federalista che traduce nel Manifesto di Ventotene (1943). Tornato in libertà nell’agosto 1943 dopo la defenestrazione di Mussolini, si impegna in una intensissima campagna di sensibilizzazione e di propaganda federalista. Per temperamento e per scelta ebbe sempre un difficile rapporto con i partiti tranne che con il Partito d’azione, della cui segreteria fece parte per alcuni anni a cominciare dal 1945 e per il quale scrisse un “piano del lavoro” nel quale travasò molte delle elaborazioni contenute nel Manifesto di Ventotene, Fu fra i fondatori del Movimento federalista e dal 1948 al 1962 ebbe il ruolo di segretario generale. Il culmine di questa fase di azione e di riflessione è rappresentato dalla stesura del Manifesto dei federalisti europei (1956) che fu inviato a diverse personalità italiane ed europee. Nel 1956 partecipò alla costituzione del comitato organizzatore del Congresso del popolo europeo, quasi una risposta alle modalità con le quali veniva strutturandosi la Comunità Economica Europea, che Spinelli definì una “beffa”: organismo nient’affatto sovranazionale con “un quasi-parlamento europeo” che mirava a dare “una quasi impressione di un quasi controllo quasi democratico” (frasi contenute in una lettera aperta inviata al ministro degli Esteri belga Paul-Henri Spaak, pure lui convinto e attivo federalista). Nella sua incessante opera di sensibilizzazione e di animazione di organismi e attività a favore della crescita di un’Europa federale, Spinelli decise di accompagnare questa sua politica alla creazione di un centro per lo studio e l’analisi della politica internazionale, delle politiche estere, della politica europea. Grazie anche al sostegno di alcune fondazioni americane, ma soprattutto della Fondazione Olivetti e di Gianni Agnelli, nel 1965 nacque l’Istituto Affari Internazionali (IAI) di cui Spinelli fu a lungo presidente. Quasi un think tank del tutto inusuale nel contesto italiano, attraverso la pubblicazione di una rivista – “Lo spettatore internazionale” (disponibile anche in lingua inglese) – e la diffusione di analisi e di studi mirati, lo IAI consentì a Spinelli di (ri)allacciare i contatti con Saragat, eletto (nel 1964) presidente della Repubblica, e soprattutto con Pietro Nenni, diventato prima vicepresidente del Consiglio e poi ministro degli Esteri (dicembre 1968-agosto 1969), di cui fu apprezzato consulente.

Fu nominato commissario europeo nel luglio 1970 e fino al maggio 1976 si occupò non soltanto delle materie specificamente affidategli – affari industriali, ricerca e sviluppo tecnologico – ma soprattutto della riforma delle istituzioni europee. Il suo progetto di fondo, le cui linee furono approvate quasi un decennio dopo dal Parlamento europeo, consisteva nel fare della Commissione un organismo propulsivo della Comunità; nell’attribuire notevole potere – anche decisionale – al Parlamento europeo, rappresentante e interlocutore dei cittadini; e nel consentire al Consiglio dei capi di Stato e di governo un compito di valutazione e di supervisione delle iniziative prese dalla Commissione. Riuscì a ottenere molto poco di tutto questo, ma, almeno in una certa misura, l’attribuzione del Premio Schuman nel 1974 costituì il meritato riconoscimento che, in pratica, come scritto in una influente pubblicazione europea, Spinelli era rimasto l’ultimo dei federalisti (il più combattivo e il più coerente). Il combattimento continuò nel 1976 con l’accettazione della candidatura al Parlamento europeo, propostagli da alcuni dirigenti suoi coetanei del Partito comunista, che in questo modo rimediavano indirettamente al loro passato settarismo. Venne poi la nomina nella delegazione italiana al Parlamento europeo che, ancora nel 1976, era eletto indirettamente, seguita dall’elezione vera e propria nel primo Parlamento europeo votato dai cittadini nel 1979. Partendo da un piccolo gruppo di parlamentari che s’incontravano nel ristorante “Le crocodile” di Strasburgo, Spinelli elaborò quello che era un progetto di trattato per “una Unione sempre più stretta” e, al tempo stesso, una Costituzione per l’Europa. È opportuno lasciare alle sue parole (citate da Piero Graglia in Altiero Spinelli, Il Mulino, Bologna 2008, p. 603), che sintetizzano una vera e propria “filosofia politica” della costruzione istituzionale dell’Europa, la descrizione del progetto che sottopose alla votazione dell’Assemblea parlamentare:


II nostro progetto fa della Commissione un vero esecutivo politico, mantiene un ruolo legislativo e di bilancio per il Consiglio dell’Unione, ma lo definisce e lo limita, dà al Parlamento un vero potere legislativo e di bilancio, che esso divide con il Consiglio dell’Unione.
Il nostro progetto riconosce l’esistenza di una sfera di problemi che saranno trattati dal Consiglio europeo con il metodo della cooperazione. Ma, da un lato, esso vieta al metodo intergovernativo di invadere il dell’azione comune e, da un altro lato, apre una porta che rende possibile il passaggio dalla cooperazione all’azione comune.


Non è, credo, un esercizio sterile quello di andare a cercare i punti di contatto fra i Trattati successivi, fino a quello di Lisbona, e quanto formulato da Spinelli. Però, è probabile che il più grande e il più ostinato federalista italiano preferirebbe un altro procedimento: andare a cercare quello che ancora manca. Parecchio di quello che è stato fatto dopo la sua morte nel 1986 appare, spesso, debitore delle sue formulazioni.
Molto di quello che si dovrà fare avrebbe certamente tratto vantaggio dalla sua energia, dalla sua capacità di coinvolgimento, dalla sua visione, dalla sua passione.
Tutt’altro che priva di una solida architettura istituzionale, l’Europa coerente con il pensiero e con l’azione di Spinelli troverà il suo effettivo compimento soltanto se costruita dai popoli europei e funzionante secondo le più inclusive e incisive procedure democratiche.

Per approfondimenti:

https://www.carloalberto.org/event/lecture-spinelli-2022-gianfranco-pasquino

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